top of page
franco-albini-copertina

Franco ALBINI

Lo sguardo buono ma risoluto e determinato. Il vestito elegante, la posa disinvolta, i capelli e i baffi curati. Chi l'ha conosciuto ne parla come di una persona silenziosa, ma capace di esprimere con un gesto più di mille parole. Una persona di rigore, regole e metodo, ma alla continua ricerca di leggerezza, di poesia. Ed è proprio in questa dualità che si delinea il suo pensiero, in questo rigore poetico che ha caratterizzato la sua immagine e tutti i suoi progetti.

Allestire l'architettura. Quando ho "incontrato" per la prima volta Franco Albini è stato all'università, per l'esame di Storia dell'Architettura II. Il professore ci aveva dato un compito: analizzare uno degli allestimenti museografici curati dai grandi del Movimento Moderno. Carlo Scarpa, i BBPR e ovviamente Franco Albini, che forse fu il primo a confrontarsi con il tema. Insieme al mio gruppo, scegliemmo i tre allestimenti di Genova: Palazzo Bianco, Palazzo Rosso e il Museo del Tesoro di San Lorenzo.

Non ci fu subito chiaro il perché di quel compito. Cosa c'entra l'architettura con la museografia, con l'allestimento?

Decidemmo di andare di persona a vedere i casi studio scelti, cogliendo l'occasione di passare un weekend insieme e visitare Genova. La prima tappa furono i due Palazzi, ma sapevamo già che dell'allestimento originale non c'era rimasto molto. Non rimanemmo infatti molto colpiti dall’allestimento, ma una cosa ci incuriosì: in alcune delle sale, i quadri erano appesi alla parete tramite sottili cavi neri ancorati ad una barra che incorniciava il soffitto, dalla quale scendevano anche alcune lampade a braccio che illuminavano in modo preciso e puntuale alcune delle opere. Un sistema di elementi a servizio delle opere, funzionale ma con una sua poetica.

Il Museo del Tesoro di San Lorenzo ci fece tutt’altro effetto. Entrando ci sembrò di varcare un luogo sacro: lo spazio in penombra rivestito da una pietra grigia, ruvida e pesante, faceva da sfondo a statue e oggetti dorati, che bagnati dalla luce intensa sembravano prendere vita. Un luogo mistico, spirituale, non una sala espositiva, ma un luogo in cui tutti gli elementi, architettonici e non, convivono dando vita all’esperienza spaziale, allo spazio architettonico.

E lì fu chiaro il perché di quel compito.

Non esistono oggetti brutti, basta esporli bene
- Franco Albini
palazzo-bianco-genova-albini
palazzo-rosso-genova-albini
san-lorenzo-genova-albini

Palazzo Bianco, il supporto mobile metallico progettato da Albini per i frammenti del gruppo scultoreo della Elevatio animae di Margherita di Brabante: una soluzione che invitava i visitatori a una fruizione dinamica dell'opera, trasformando la contemplazione passiva in esperienza partecipativa. Purtroppo, non più esistente.
Fonte: Wikimedia Commons, foto di
 Paolo Monti, Archivio Fondazione BEIC.

Palazzo Rosso subito dopo i lavori di restauro e allestimento a cura di Franco Albini e Franca Helg su ordinamento di Caterina Marcenaro.
Fonte: Wikimedia Commons, foto di Paolo Monti, Archivio Fondazione BEIC.

Museo del Tesoro di San Lorenzo. Nel piccolo spazio ipogeo della Cattedrale di Genova, Albini crea un ambiente unico nel suo percorso progettuale: le tre camere circolari che ospitano la collezione di arte sacra riprendono la forma della tholos micenea, mentre il contrasto tra la brillantezza degli oggetti esposti e la grigia pietra di Promontorio crea un'atmosfera mistica. Il disegno del pavimento rispecchia quello del soffitto, innervato da travetti in cemento a raggiera.
Fonte: Wikimedia Commons, foto di
 Paolo Monti, Archivio Fondazione BEIC.

Una questione di metodo. Franco Albini è stato insieme un artigiano, un urbanista, un designer, un architetto, autore di raffinati allestimenti. Incarnava perfettamente quella multidisciplinarità ben descritta dallo slogan di Ernesto Nathan Rogers "dal cucchiaio alla città", che pochi sono riusciti davvero a fare propria.

Come racconta chi l'ha conosciuto, Albini si poneva con lo stesso atteggiamento davanti a ogni progetto, che fosse un pezzo d'arredamento, un edificio o un piano regolatore. Aveva un metodo, mai esplicitato o delineato per iscritto, ma evidente in ogni suo progetto, tanto che la sua famiglia lo ha messo per iscritto per lui e oggi cerca di diffonderlo attraverso il lavoro della Fondazione che porta il suo nome.

Albini aveva — e ho cercato di rubarglielo — questo procedere pezzo per pezzo. È un esempio che dimostra che non esiste separazione tra architettura e oggetto di design, perché a questo livello il procedere metodico su ogni parte significava portare un po’ della precisione del design nell’architettura.
Il vantaggio del design è che puoi fare il prototipo; frammentando in pezzi l’architettura riesci ad arrivare a quell’elemento che puoi possedere e verificare profondamente.

- Renzo Piano, allievo di Franco Albini

Un metodo che si basava, prima di tutto, sulla responsabilità etica e sociale della figura dell'architetto. Ogni progetto dello studio andava cullato e fatto cresciere "come un bambino" e ogni dettaglio andava studiato, revisionato, sviscerato. Ogni architettura doveva mostrare la cura per il dettaglio di un pezzo d'arredo e ogni pezzo d'arredo la complessità di un'architettura.

La passione che emerge dai suoi lavori si ritrova nell'amore per la sperimentazione e per l'artigianalità. Veliero, forse la sua opera di design più iconica, ne è un esempio eclatante: una libreria autoportante, alla cui base sono ancorati due montanti in legno che tengono insieme una serie di tiranti in acciaio che sorreggono i ripiani in vetro sospesi da terra, richiamando nella forma e nella struttura gli stralli di un'imbarcazione a vela, da cui il nome. Un oggetto incredibile, estremamente tecnico e poetico insieme, manifesto non solo dell'attitudine di Albini alla sperimentazione e all'innovazione, ma della sua propensione a testare il limite e della sua capacità di superarlo.

Nel 1938 mio padre smontò un regalo di nozze tipico di allora, una radio. Ne distrusse l’involucro ingombrante – una grande scatola di legno che ne celava il meccanismo – per poi rimontarla portando all’esterno, a vista, i componenti essenziali […] Il suo era un modo di pensare. Infatti negli anni Trenta il principio di metodo, per gli architetti che si ponevano in contrapposizione a un regime monumentalista, era quello del minimalismo. E aria e luce sono gli elementi fondamentali anche della libreria Veliero, un altro progetto, potremmo dire pieno di speranza, del 1938.
- Marco Albini, figlio di Franco Albini
veliero-albini
veliero-fondazione-albini
radio-cristallo-albini

Veliero, pezzo originale conservato in Fondazione Franco Albini a Milano.
Albini progettò l'opera nel 1938, alla giovane età di 33 anni, per poi farla costruire nel 1940 in un unico pezzo per la sua casa milanese. Oggi, dopo uno studio minuzioso su schizzi, fotografie e materiali originali, Veliero è parte della collezione Cassina, anche se leggermente rivisitata per essere conforme alle regole di sicurezza odierne. Il pezzo vale la visita in Fondazione, dove potrete scoprire tutta la storia di questa incredibile libreria.

Veliero riedito da Cassina sullo sfondo e Lampada mitragliera in primo piano, presso Fondazione Franco Albini, Milano. Disegnata nel 1938, la lampada Mitragliera deve il suo nome alla forma che ricorda quella di un fucile. Albini compie così una trasformazione simbolica potente: trasforma uno strumento di morte in fonte di luce, anticipando di oltre trent'anni lo spirito pacifista del movimento del '68 e il suo celebre slogan "mettete dei fiori nei vostri cannoni".

Radio in cristallo, presso Fondazione Franco Albini, Milano. Realizzata anch'essa nel 1938, la Radio in cristallo nasce come reinterpretazione radicale di una comune radio in legno dell'epoca. Albini la smonta completamente, elimina tutti gli elementi che considera superflui e riassembla solo l'essenziale, esponendolo tra due lastre di vetro trasparente che fungono anche da sostegno.

Funzionalità e poetica. Franco Albini nasce nel 1905 a Milano e dopo aver mostrato un evidente talento per il disegno, si iscrive al corso di Architettura al Politecnico di Milano, dove si laurea nel 1929. Il suo primo approccio al mondo del lavoro è nello studio di Gio Ponti, un'esperienza breve ma molto formativa: quell'anno infatti Gio Ponti ha il compito di curare il padiglione italiano all'Esposizione Internazionale di Barcellona, la stessa in cui Mies van der Rohe e Lily Reich realizzavano l'iconico padiglione della Germania. Il giovane Franco Albini conosce alcuni dei maggiori esponenti del Movimento Moderno Internazionale, Mies van der Rohe e Le Corbusier, di cui ha la possibilità di visitare l'atelier, ma è il suo contatto con la Scuola Milanese l'ambiente in cui davvero si forma: lo stesso Albini racconta di come il confronto con Edoardo Persico, codirettore di Casabella, fu allo stesso tempo molto faticoso e illuminante, tanto da cambiare il suo modo di pensare e progettare.

In linea con i principi de Movimento Moderno di cui è figlio, in nessuno dei progetti di Albini ci sono elementi puramente estetici: ogni cosa ha uno scopo, una funzione. Ma sarebbe banale e soprattutto poco esaustivo, definire la sua architettura razionalista. In ogni sua opera infatti non si limita a trovare una soluzione, a risolvere un problema e a farlo nel migliore dei modi: cerca leggerezza, smaterializzazione, cerca poesia.

La leggerezza, o meglio la levitazione, è quasi un'ossessione per Albini, evidente già dai suoi primi progetti all'inizio degli anni '30. "Aria e luce sono i materiali da costruzione" diceva lui stesso e così era: gli spazi, i pezzi d'arredo e soprattutto i suoi allestimenti, dove linee verticali e oggetti sospesi modellano e animano lo spazio, rendendolo allo stesso tempo dinamico ed etereo.

Della stessa assenza di gravità che percepiamo in opere di design come Veliero e nei suoi allestimenti, possiamo fare esperienza anche negli spazi da lui progettati: la stanza di soggiorno in una villa, progettata per la VII Triennale di Milano nel 1940, è uno spazio etereo, quasi surreale, dove sottili tubolari metallici e superfici riflettenti convivono con una vegetazione delicata; tutto porta in alto: la verticalità dei pilastrini, la scala che sembra appesa con corde al soppalco, l'albero centrale che penetra al piano superiore.

Le scale, però, sono forse lo spazio architettonico in cui Albini si sente più a suo agio nell'esprimere il suo genio. Dalla prima scala di Villa Pestarini, fino a quelle di edifici pubblici come gli uffici INA di Parma, gli uffici SNAM di San Donato Milanese, le Terme di Salsomaggiore, la Rinascente di Roma, passando per la meravigliosa, e forse insuperata, scala realizzata a Palazzo Rosso a Genova: una scala ottagonale sostenuta interamente da tiranti metallici, che sembra affiorare dal terreno per proseguire fino al cielo, leggera e dinamica, quasi come fosse in movimento.

Gli studenti devono mostrare una reale attitudine e una vocazione incrollabile per il design. In modo tale che sentano che la loro scelta è l’unico modo possibile per esprimersi nella società, l’unico modo per comunicare con il mondo, l’unico modo per realizzare pienamente la propria personalità.
- Franco Albini
allestimento-milano-albini
TL3-albini
TL3-albini
scala-palazzo-rosso-albini

Allestimento della sala dell'aerodinamica alla mostra dell'aeronautica italiana, Palazzo dell'Arte, Milano. Gli allestimenti espositivi rappresentano il primo campo in cui Albini sperimenta la propria ricerca progettuale e quello che, nel tempo, gli consente di esprimere con maggiore continuità e coerenza i caratteri del suo linguaggio spaziale. L'allestimento si compone di griglie metalliche a maglia larga, appoggiate su una struttura in legno bianco, sulle quali sono applicati testi e grandi pannelli fotografici.
Fonte: Fondazione Franco Albini

Tavolo TL3. La sua caratteristica principale è la totale smontabilità tramite viti che, pur garantendo l'assoluta rigidità della struttura, consentono di scomporla facilmente riducendo al minimo l'ingombro per facilitare imballaggio e trasporto. Il piano sembra librare nell'aria grazie a quattro coni di legno fissati su elementi angolari parallelepipedi: questi, in orizzontale, collegano le travi sagomate e, in verticale dal basso, accolgono l'innesto delle gambe affusolate che si espandono plasticamente terminando in un generoso piedino d'appoggio.

Fonte: Fondazione Franco Albini

Le scale di Palazzo Rosso. Realizzata da Franco Albini durante il restauro e il riallestimento museografico di Palazzo Rosso, nel decennio 1952-1961, questa scala rappresenta un segno forte dell'intervento razionalista negli spazi antichi del palazzo. Sospesa tramite tiranti in acciaio, arricchita da un corrimano rivestito in pelle e rivestita in feltro rosso, la scala esprime con chiarezza il dialogo tra linguaggio contemporaneo e architettura storica, manifesto della poetica architettonica di Albini.

Fonte: Wikimedia Commons, foto di Paolo Monti, Archivio Fondazione BEIC.

Franca Helg, la sinergia perfetta. La storia e il successo di Franco Albini e dei progetti del suo studio non sarebbero gli stessi oggi se non avesse incontrato nel suo percorso Franca Helg.

Franca Helg nasce da madre tedesca e padre svizzero nel 1920 a Milano, città in cui risiederà fino alla sua scomparsa, nel 1989. Qui, in piena epoca fascista, nel periodo in cui le poche donne che lavoravano erano operaie, commesse o segretarie, si laurea al Politecnico e diventa una delle prime architette italiane.

La donna deve obbedire. Essa è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto l’architettura in tutti questi secoli? Le dica di costruirmi una capanna non dico un tempio! Non lo può. Essa è estranea all’architettura, che è sintesi di tutte le arti, e cioè simbolo del suo destino.
- Benito Mussolini

Fin dagli anni dell'università entra in contatto con il mondo della Scuola Milanese, collaborando con lo Studio BBPR, di Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti e Ernesto Nathan Rogers, dove ha modo di sperimentare il razionalismo, di conoscerne il linguaggio e assimilarne i valori, a cui resterà fedele per tutta la sua carriera.

Nel 1945 Helg si laurea e l'anno successivo avvia la sua attività professionale, che inizia con un episodio che subito dimostra al mondo il suo talento. Quello stesso anno, con la collega Anna Ferrieri Castelli, altra pioniera dell'architettura italiana, Helg partecipa a un concorso bandito dall'VIII Triennale di Milano e dal Ministero dei Lavori Pubblici per la progettazione di abitazioni unifamiliari per reduci di guerra nel quartiere QT8, un concorso a cui partecipano molti dei più grandi architetti dell'epoca. Il progetto delle due giovani architette viene eletto vincitore e apre le porte a numerosi altri incarichi per Helg: tanti quelli legati agli eventi espositivi che animano la vita milanese di quegli anni, ma molte anche le committenze all'estero, in Europa, in Africa e soprattutto in Sud America, dove sviluppa progetti di ricerca su temi sociali e legati alla conservazione dei centri storici.

Nello stesso periodo, Albini ha già realizzato alcuni importanti interventi, come l'innovativa Villa Pestarini, e diversi progetti di allestimento e design, affermandosi tra le firme più autorevoli del momento. Grazie alla sua crescente fama, ottiene diversi incarichi prestigiosi ed è proprio in occasione di uno di questi che decide di chiedere la collaborazione di Franca Helg, iniziando un rapporto che non si interromperà mai. Albini, infatti, non vede solo una giovane architetta di talento, determinata e intelligente, ma riconosce in lei la sua stessa visione: rigorosa, responsabile, poetica. I due sono tanto affini che nel 1952 decidono di associarsi, dando vita allo studio Albini-Helg.

Inizia così uno dei sodalizi più fortunati, proficui e interessanti del XX secolo.

Il dettaglio è fondamentale per la definizione dell'insieme, il dettaglio può determinare un progetto e certamente lo caratterizza. Il risultato complessivo dell'opera è connesso ai dettagli, per disegno e qualità. Il dettaglio incide sui valori spaziali e volumetrici del costruito.
- Franca Helg

Franca Helg non solo condivide con Albini il metodo, il rigore poetico e in particolare la tendenza al perfezionismo, che la porta a disegnare esecutivi anche in scala 1:1, ma è un valore aggiunto prezioso che permette allo studio di crescere e affermarsi: è lei che tiene il rapporto con i clienti e che gestisce i conti ed è lei che porta nei progetti dello studio la linea curva e il colore.

Lo studio Albini-Helg firma alcuni tra i progetti più importanti e interessanti della storia del Movimento Moderno, entrati di diritto nella Storia dell'Architettura italiana e non solo: Villa Olivetti a Ivrea, progettata nel 1956, con cui sperimentano la rotazione spaziale poi riproposta e affinata in Casa Allemandi a Punta Ala, tra il 1959 e il 1961; il restauro e la sistemazione del museo di Palazzo Rosso, con la magnifica scala rossa che levita tra i piani; i grandi magazzini La Rinascente a Roma, l'edificio che ha rotto il tabù della convivenza tra architettura storica e architettura moderna nella capitale, menzione d'onore al Compasso d'Oro 1962 per la raffinata progettazione dei dettagli; alcuni iconici pezzi di design come la poltrona Tre pezzi (PL19), disegnata per Poggi nel 1959, che porta all'apice la loro ricerca sul tubolare metallico nel design.

tre-pezzi-albini-helg
rinascente-albini-helg
villa-allemandi-albini-helg

Poltrona Tre Pezzi (PL19), presso Fondazione Franco Albini. Disegnata da Albini e Helg per Poggi nel 1959, la poltrona Tre Pezzi rappresenta l'apice della ricerca sul tubolare metallico condotta dallo studio. La struttura esterna in tubo si sviluppa come un traliccio da ponteggio con linee curve che ricordano l'Art Nouveau, mentre seduta, schienale, braccioli e l'ampio poggiatesta a "scudo" galleggiano sospesi, staccati l'uno dall'altro.

La Rinascente, Roma. Completato nel 1961, l'edificio rappresenta un momento cruciale nel dialogo tra architettura moderna e contesto storico. La struttura in ferro e il tamponamento in pannelli Silipol, prefabbricati con graniglia di granito e marmo rosso, si inseriscono nel tessuto romano cogliendo suggestioni dei suoi colori e riferendosi alla tradizione dei palazzi rinascimentali e delle vicine mura aureliane. Il progetto ricevette la menzione d'onore al Compasso d'Oro 1962.
Fonte: Wikimedia Commons foto di Backcat

Villa Allemandi, Punta Ala. Progettata tra il 1959 e il 1961, la villa rivela una complessa e raffinata soluzione spaziale. L'edificio si sviluppa per rotazione in pianta attorno a un salone centrale a doppia altezza con tetto a capanna sorretto da travetti a raggiera. Attorno all'ambiente esagonale irregolare si aggregano tre aree per servizi e camere da letto, mentre gli altri tre lati hanno grandi aperture che creano una nuova concezione dell'abitare, dove lo spazio centrale diventa il fulcro della vita domestica.

Fonte: Wikimedia Commons, foto di Paolo Monti, Archivio Fondazione BEIC.

Ma il progetto che forse esprime al meglio lo spirito e il talento dello studio è quello per la M1, la linea 1 della Metropolitana Milanese. Non solo un progetto di interni eseguito magistralmente, con estrema cura in ogni particolare, ma un progetto di design sociale, di comunicazione, di visione collettiva: un progetto rivoluzionario che ha fatto da modello per decine di altre metropolitane in giro per il mondo e che valse allo studio, nel 1964, stesso anno dell'inaugurazione, il prestigioso premio Compasso d'Oro.

In linea con i principi guida dello studio, ogni scelta nel progetto della M1 è guidata da un motivo funzionale, senza mai perdere di vista l'aspetto scenico, emozionale, simbolico. Ne è perfetto esempio il pavimento in gomma nera a bolli della Pirelli, un materiale innovativo e resistente, capace di attutire il rumore del tacchettio dei passanti; allo stesso tempo modesto, non pretenzioso, uno sfondo neutro che passa inosservato. Ogni cosa che non serve al viaggiatore, infatti, doveva essere nascosta, così come gli impianti a soffitto, messi in ombra dalle luci al neon ribassate e dalla pittura nera del soffitto. Quello che invece doveva essere ben riconoscibile era il percorso, la guida del viaggiatore: un corrimano di un rosso intenso accompagna il viaggiatore dalla stazione fino a oltre i tornelli, per terminare con una curva gentile, elegante, ma anche – ovviamente – funzionale, perché la impedisce ai vestiti di impigliarsi; una firma dello studio, un segno semplice ma incisivo, tanto da rimanere nell'immaginario collettivo fino ai giorni nostri.

Anche l’aspetto tecnologico è notevole: il rivestimento delle pareti in Silipol, un materiale già sperimentato qualche anno prima nei grandi magazzini de La Rinascente a Roma, è scelto anche per il suo montaggio a secco, che permette di intervenire in maniera pulita e puntuale sugli impianti a parete in caso di guasto. Una vera innovazione per l’epoca.

compasso-d-oro-albini-helg

Il premio Compasso d'Oro per la M1. Nello studio Albini-Helg vigeva una regola fondamentale: ogni progetto doveva essere firmato da tutti i membri dello studio, in nome del lavoro collettivo a cui Albini credeva molto. Una nobile intenzione che purtroppo, nonostante le molte richieste pubbliche di Albini,  veniva meno nelle menzioni e negli articoli delle riviste di settore, nelle quali il nome di Franca Helg veniva spesso dimenticato. Nella foto, scattata alla Fondazione Franco Albini: a sinistra il trofeo ricevuto nel 1964 per la vincita del Compasso d'Oro per il progetto della M1, a destra la riproduzione di una foto d'epoca che raffigura la coppia al momento della premiazione.

mostra-m1-fondazione-albini

La particolare forma curva con cui termina il corrimano che corre per tutte le stazioni della Metropolitana è un elemento ricorrente nei progetti dello studio, come mostra il pannello esposto nella mostra "Franco Albini M1 – Storie di una linea rossa lunga oltre 60 anni" tenutasi in Fondazione per l'anniversario dell'inaugurazione del progetto.

La più importante innovazione però è forse l'approccio con cui il progetto è stato affrontato, dimostrazione di un'intelligenza e una lungimiranza davvero rare. Al momento dell'incarico, Albini e Helg capiscono subito che la componente comunicativa è cruciale quanto quella architettonica. Così, per affrontare il compito con la precisione e il rigore che li contraddistingue, cercano un esperto di grafica da affiancare al progetto: la scelta ricade su Bob Noorda, uno dei nomi più autorevoli in circolazione.

Bob Noorda, olandese naturalizzato italiano, è oggi considerato uno dei più talentuosi grafici della storia e già ai tempi della richiesta dello studio Albini-Helg aveva seguito le campagne pubblicitarie di alcune delle maggiori aziende del tempo, tra cui Pirelli, Olivetti, La Rinascente. Il suo contributo al progetto della M1 fu fondamentale: il font utilizzato per i cartelli è studiato ad hoc, in modo che sia ben leggibile anche da un treno in movimento; la disposizione dei vari cartelli in ogni stazione è decisa in modo da poterne leggere almeno uno da ogni posizione sul treno; il testo bianco in contrasto su sfondo rosso, colore della linea della metro, diventa quello che oggi per noi è un'abitudine, ma che allora fece scuola. Il suo lavoro fu talmente rivoluzionario, che qualche anno dopo ricevette l'incarico di progettare la comunicazione visiva della Metropolitana di New York e, successivamente, di San Paolo in Brasile.

Bob_noorda_m1
m1-tornelli-originali

Bob Noorda nella M1. Foto d'epoca.
Fonte: Wikimedia Commons

I tornelli originali della M1. Foto d'epoca che raffigura i tornelli originali della Metropolitana progettati da Albini e Helg, oggi purtroppo smantellati.

Fonte: Wikimedia Commons, foto di Paolo Monti, Archivio Fondazione BEIC.

La M1, con la sorella M2, progettata sulla stessa linea qualche anno dopo, accoglie tutt'oggi migliaia di viaggiatori ogni giorno, dimostrando la dimensione avanguardistica di un progetto realizzato più di Sessant’anni fa. Un intervento manifesto di un modo di progettare nuovo, basato sulla competenza, sulla collaborazione, sulla responsabilità e sulla passione.

Franco Albini ha attraversato il Novecento con la convinzione che l'architettura fosse un atto di responsabilità civile, che progettare significasse prendersi cura delle persone. Il sodalizio con Franca Helg ha reso possibile portare questa visione ai suoi esiti più alti, dimostrando che la vera innovazione nasce dalla condivisione. E forse è proprio questa la loro eredità più preziosa: averci mostrato che si può rendere straordinario l'ordinario, che la poesia può diventare funzione e la funzione può diventare poesia.

Franco_Albini_1956

Franco Albini, 1956

Fonte: Wikimedia Commons

 

Tre consigli per continuare: 

Franco Albini, uno sguardo leggero

Un documentario che affronta la figura di Albini da un punto di vista nuovo, quello del cinema e della fotografia. Albini era un osservatore del mondo e amava la sua telecamera.

Franco Albini, Riflessioni su un metodo

A cura di Fondazione Franco Albini

​​​​

Un'indagine dentro l'opera e il modo di pensare di Franco Albini attraverso le parole della sua famiglia e delle persone che lo hanno conosciuto.

Fondazione Franco Albini​​

La visita in Fondazione è stata per me un momento speciale: persone preparate, con un amore vero nei confronti di Franco Albini e del suo lavoro, ti portano alla scoperta del suo mondo, tramite racconti intimi e progetti inediti.

Segui la pagina Instagram!

Per non perderti le ultime uscite e tutti gli aggiornamenti!

bottom of page